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Nuova recensione per “La progenie di Abaddon”

Quando un blog decide di acquistare il tuo romanzo per proprio conto e lo recensisce a sorpresa è di per sé una cosa davvero bella. Lo è ancora di più quando, leggendo il suo parere, scopri quanto abbia apprezzato l’opera. Una toccasana per un autore emergente come me, che mi emoziono facilmente. Ma bando alle ciance, vi lascio il link al blog, in modo che possiate voi stessi andare a leggere e scoprire la sua “analisi”, di Libri e altre ciarle.

Vi auguro buona lettura! L’articolo è QUI

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Vi lascio anche la pagina sul mio sito dedicata a questa opera, con i rimandi al Review party, il blog tour e altro ancora. Trovate tutto QUI

 

Ancora una volta VI RACCOMANDO di leggere la recensione seguendo il link ufficiale, se pur copio e incollo qui il testo solo per una mia “archiviazione” personale, ma non voglio togliere visibilità al blog. Quindi cliccate sul link e fatemi sapere se vi intriga la sua opinione, o se siete d’accordo o contrari se avete letto l’opera.

La progenie di Abaddon – Rob Himmel

Mentirei se dicessi che ho comprato questo libro per la sinossi, o la copertina accattivante. Mentirei, perché l’ho acquistato per un motivo molto più futile: il titolo. Abaddon, in molte religioni, è uno dei titoli del Diavolo, Signore della Distruzione, sterminatore, o, più metaforicamente, rappresenta l’Abisso.

Abaddon è anche un personaggio di una saga fantasy che sto scrivendo; questo nome è finito con l’appartenere a uno dei protagonisti, un diavolo particolarmente “cazzone” e divertente, quasi una macchietta comica.
Ecco, il libro di Himmel l’ho acquistato perché volevo vedere come altri avessero interpretato questo personaggio a me tanto caro. Un motivo molto poco nobile, ma che è servito a scoprire un romanzo davvero eccezionale.

Trama: Non v’è oscurità peggiore di quella celata nel cuore dell’uomo
Mentre la notte domina, lasciando al giorno solo poche ore di luce, Kelo e Bhor, soci in affari nel rubare, ricettare e contrabbandare, si dirigono sul luogo d’impatto di un meteorite. L’intento è quello di saccheggiare la «pietra del cielo» e farne una fortuna. Quello che non sanno è che troveranno anche altro.
Intanto il consiglio degli Arcangeli a capo della Confraternita, chiamato Pentalux, ordina ai confratelli Telion e Reya di cercare l’arma che permetterà loro di ribaltare le sorti della guerra contro la Setta Oscura.
In fuga dall’armata abaddonita, nel frattempo, Luce, Arconte degli Splendenti, conduce un gruppo di sopravvissuti alla ricerca di un posto sicuro. Una fuga disperata, che richiederà a lei e ai suoi compagni un prezzo altissimo, forse più di quanto siano disposti ad accettare.
A tutti loro si contrapporrà Abaddon, con creature tenebrose, servi fedeli, devoti pericolosi, lunghe notti e l’oscurità più intensa che ci sia: il cuore umano.

Recensione: Partiamo da un presupposto: Rob Himmel sa scrivere, il che non è appannaggio di tutti gli autori. Sa scrivere, sa di farlo bene e lo fa con una certa audacia; il testo traspare sicurezza da ogni fronte: dalle frasi brevi, quasi minime, finalizzate a generare un ritmo incalzante che ansia il lettore fino all’ultima pagina, ai personaggi ricchi di sfaccettature, all’uso di parole a volte auliche, a volte grezze, a seconda della situazione.
Non è facile gestire uno stile “minimal”; le frasi brevi rischiano di diventare un impedimento alla lettura quasi quanto i periodi lunghissimi e, a onor del vero, in alcuni punti forse sarebbe stato meglio un punto e virgola per rendere più chiari i passaggi, ma credo che l’abilità dell’autore sia proprio questa: Rob Himmel se ne frega di come si dovrebbe gestire una frase, un periodo, la punteggiatura… se ne frega, perché il vero protagonista di questo libro è il Caos, una forza primordiale, angosciante e incomprensibile; le frasi brevi sono una scelta stilistica ideale per solleticare nel lettore quest’idea di confusione, d’irrimediabilità degli eventi.
Quindi, dal punto di vista tecnico, promosso a pieni voti.
Passiamo, invece, alla storia; la trama è semplice: il Male ha preso possesso del mondo e la fazione degli Splendenti cerca di combatterlo con tutte le sue forze, mentre una parte della popolazione – i Senza Credo – si mantengono neutrali per sopravvivere.
Tutte le premesse di un classico fantasy, ma con un’eccezione: qua il Male non è un’entità fisica, non è un banale cattivo che può essere sconfitto. No. In La progenie di Abaddon il Male è quello vero, intangibile e denso come fumo velenoso. Non è comico, non fa ridere, non lascia illusione di speranza. In questo, il libro di Himmel rompe il fantasy, lo distrugge, lo calpesta e non contento ci sputa e ci defeca sopra senza riguardi, perché non c’è speranza; i protagonisti la ricercano e con loro il lettore che si appassiona alle loro vicende, ai loro caratteri, ai loro amori… Il lettore spera assieme a Reya di poter avere una vita normale alla fine di tutto; spera che Bhor continui a viaggiare con Kelo, o che riescano a stanziarsi; spera che Luce porti a termine la sua missione e si crogiola, al contempo, nella certezza che nel fantasy c’è sempre il lieto fine o, quando questo non è presente, persista quella fiamma di speranza che t’induce a lottare, ad andare avanti, che ti faccia credere che il Male possa essere sconfitto anche nella realtà. Perché a questo serve il fantasy: a ridisegnare il reale e farci credere che possa essere migliore, che possiamo farcela.
La progenie di Abaddon spezza questo schema. Col suo ritmo incalzante nutre le nostre speranze, ma non ne lascia; ci fa assaporare la vittoria, ma non la concede, perché il Male – il male vero – non appare mai realmente; non sappiamo che volto abbia Abaddon, non sappiamo chi o cosa sia davvero. Sappiamo che è lì e la sua presenza la cogliamo nell’uomo: nei Succubi e Tenebra suoi servitori, nelle crudeltà di ogni piccolo giorno e, soprattutto, nell’indifferenza dei Senza Credo che si limitano a una passiva sopravvivenza.
Ed è quest’indifferenza a vincere, l’unica a realizzare i propri sogni, a raggiungere i propri obiettivi. Perché il Male non è solo crudeltà, non è solo perversione, ma ha radici più profonde e trova terreno fertile nell’ignavia e nell’egoismo. Alberga in tutti noi, quando decidiamo di voltare le spalle e ci facciamo sopraffare – per motivi giusti o sbagliati – dall’utilitarismo e dalla soddisfazione personale.
Ecco, da questo punto di vista se cercate “solo un fantasy”, non leggete La progenie di Abaddon; se, invece, volete un fantasy che è più di un fantasy, che sappia tenervi incollati alle pagine fino a distruggere ogni vostra certezza, è il libro che fa per voi.

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